La misura secca delle cifre consente finalmente una discussione un po’ meno sociologistica. Prima ancora di intrattenersi in discussioni un po’ pelose, di quelle che piacciono molto ala grande stampa italiana, sugli operai che votano a destra, sarà il caso ora di interrogarsi su qual è la loro vera condizione materiale. E magari su che cosa unisce i salariati italiani ai loro “compagni” europei e cosa li distingue. Provo a ragionare per punti, quasi una sorta di domande aperte, rivolte anche a me stesso, o di traccia per una riflessione.
Primo: c’è una condizione che accomuna tutto il lavoro nell’epoca della globalizzazione. Lungi dall’essere scomparso il lavoro salariato si è invece moltiplicato e diffuso. Nonostante il tratto prevalente della globalizzazione sia quello della finanziarizzazione, la produzione materiale permane elemento costitutivo del capitalismo. Nel mentre ,esso ricerca ogni margine di speculazione finanziaria possibile in una sorta di astrattezza del profitto, continua a stressare i fattori produttivi, lavoro e ambiente. Anzi, rotto il compromesso democratico della seconda parte del novecento, la crisi viene utilizzata come ricerca sistematica di posizioni di vantaggio ai danni del lavoro. Che ciò, e cioè questa sistematica valorizzazione del lavoro, sia componente strutturale dell’attuale crisi della globalizzazione, è fatto certo, ma tutt’altro che conclamato. Il massiccio intervento pubblico nella crisi è infatti tutto rivolto agli Stati, che tornano a riscoprire il loro ruolo nell’economia, a salvare le ragioni del capitale. La differenza con il “new deal” del 29 è enorme.
Secondo: la valorizzazione del lavoro appartiene anche all’Europa. La costruzione materiale dell’Europa in questi 20 anni si è poggiata sulla moneta, a discapito del lavoro e del modello sociale che intorno ad esso si era realizzato. In tal modo l’Europa finisce con il subire la globalizzazione. La sua volontà di costruirsi come soggetto democratico nuovo viene messa a dura prova precisamente da ciò. La valorizzazione del lavoro la attraversa e ne mina la coesione. La precarizzazione colpisce intere generazioni. Il lavoro migrante viene negato nella sua stessa identità e invece che rafforzare la compagine lavorativa alimenta la sua destrutturazione e la sovrastruttura reazionaria delle destre. Il dumping è la cifra reale delle relazioni nell’Europa a 27. In una sorta di ritico tra stabilimenti e lavoratori dell’uno o dell’altro paese, come appare evidente anche oggi nella vicenda FIAT.
Terzo: c’è una situazione dell’Italia che va affrontata nelle sue caratteristiche. La domanda sul perché salari e stipendi che alla metà degli anni settanta erano collocati nella parte alta della graduatoria europea, e ora sono invece precipitati nella parte bassa, non può essere elusa. Anche perché le destre hanno già pronta la loro “ricetta strutturale”: via il contratto nazionale, gabbie salariali e via le prestazioni di Welfare. La riflessione su ciò che è accaduto è naturalmente complessa. L’assunzione della politica dei redditi e la sua realizzazione attraverso la concertazione è certamente una causa fondante. Anche perché il progresso delle condizioni lavorative n Italia ha poggiato e poggia fortemente sull’autonomia sindacale e sulla pratica della contrattazione. Credo però che occorra anche considerare altri fattori. E in Italia c’è una debolezza strutturale del Welfare, che rende la disoccupazione elemento funzionale al’imposizione di bassi salari (un tempo si sarebbe parlato dell’uso dell’esercito di riserva del capitale). Una disoccupazione che non costa perché non prevede intervento pubblico, alla fine logora la compagine lavorativa. Analogo discorso si deve fare per la quantità assolutamente abnorme di lavoro nero. Si aggiunga il gap di accesso al lavoro da parte delle donne rispetto alla media europea. Ne discende una condizione di difficoltà a mantenere rapporti di forza.
Se questi sono alcuni punti di analisi il tema che si pone è come ricostruire rapporti di forza a favore del lavoro. Terreno imprescindibile è la ricostruzione di una sua unità tendenziale. Essa naturalmente richiede interventi “dall’alto” come quelli di u,n cambiamento generale del modello di sviluppo. Ma questi interventi non riusciranno a concretizzarsi, ne sono convinto, se contemporaneamente non procede una riunificazione di un soggetto fondamentale della trasformazione, come quello rappresentato dal lavoro. La dimensione europea è un passaggio indispensabile. La crisi del modello social democratico, sentenze come quella Lavalle che aggrediscono il ruolo e la funzione del contratto nazionale richiedono risposte innovative. Un livello europeo di contrattazione rappresentanza. Una nuova centralità della contrattazione che si supporti anche di basi legislative. Un rilancio del Welfare che renda permanente il “reddito di cittadinanza”. Sono solo alcuni spunti che avevo però voglia di mettere in rete.

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