Ci siamo quasi: entro la fine della settimana il governo tedesco deciderà se accettare o meno una delle tre proposte di acquisto dell’Opel. Ma sulle spalle della Merkel non ci sono solo gli operai tedeschi: l’accettazione del piano presentato da Marchionne avrebbe infatti ripercussioni dirette anche sugli stabilimenti italiani.Opel, che fa parte del gruppo General Motors, è infatti sull’orlo della bancarotta. Le alternative all’insolvenza sono le tre offerte pervenute all’esecutivo della Merkel: quella del gruppo austro-canadese Magna, quella della holding industriale quotata in Belgio Rhj International e, naturalmente, quella della Fiat. Ieri, una prima riunione del governo tedesco sembrerebbe aver eliminato la proposta di Rhj: “La Fiat e il gruppo austro-canadese Magna hanno presentato i piani più complessi per l'acquisizione della Opel”, ha spiegato il portavoce del governo tedesco Ulrich Wilhelm.
Piani ritenuti però ancora insufficienti dallo stesso ministro dell'Economia, Karl-Theodor zu Guttenberg: “Ci troviamo ora con tre offerte per il rilevamento di Opel. Ma questo non significa che una di queste automaticamente e per forza abbia effetto. Prima dobbiamo essere sicuri che le considerevoli risorse fiscali, che dovremo impegnare per questo, non vadano perse. Questa sicurezza non è attualmente garantita da alcuna delle tre offerte in modo sufficiente”. Al via dunque ulteriori incontri con i tre offerenti. Oggi si terrà quello tra la Fiat e il governo tedesco; presente, oltre a Sergio Marchionne, anche il vicepresidente John Elkann.
Mentre in Germania si tratta sulle garanzie occupazionali e sulla solidità dei piani industriali, all’interno dei nostri confini tutto tace. Berlusconi continua a non convocare le parti sociali, nonostante le continue richieste da parte dei sindacati. Dalle sue uniche dichiarazioni di ieri, in cui si limita a dichiararsi sereno rispetto alla scelta della Merkel perché sa che sarà fatta sulla base della migliore opzione per l’Opel, si capisce chiaramente quanto la sua attenzione sia lontana dagli interessi dei lavoratori della Fiat coinvolti.
Fiat ha lanciato la proposta d’acquisto sulla base di considerazioni economiche che sembrano sfuggire al nodo centrale della crisi del settore automobilistico. Il punto è che tutto il comparto del trasporto privato tradizionale è in crisi strutturale da sovrapproduzione. Produce più auto di quelle che sono necessarie.
Dalle poche notizie che hanno bucato il muro di silenzio creato da Marchionne, egli con il suo piano ha in mente un polo da 6 milioni di vetture annue, con una taglio della produzione pari al 20%, ovvero con circa 10 mila operai licenziati, di cui solo una parte – circa 2 mila - in Germania. Una ricetta “classica”, che punta alla diminuzione dei costi e ad un accrescimento della forza economica del gruppo, sia in termini di potere contrattuale verso le forniture, sia in termini di sinergie tecnologiche. Vale a dire che Marchionne, uomo del ‘900, immagina un polo automobilistico forte come risposta alla crisi, puntando nuovamente tutto sulla diminuzione dei costi unitari di produzione. Insomma: più sono forte e più posso abbassare i costi delle forniture e della manodopera. Non solo: posso anche spendere meno accorpando e razionalizzando le strutture di ricerca, ideazione e progettazione.
È, com’è evidente, una ricetta in grado tutt’al più di rimandare ma non di risolvere il nodo centrale: si producono più auto di quante ne servono. L’unica risposta possibile è una vera e propria rivoluzione produttiva, ovvero una riconversione che rimetta in discussione il rapporto petrolio-idrogeno per quanto riguarda i motori e il rapporto auto-città per quanto riguarda il concetto stesso di trasporto privato.
A Termini Imerese intanto ieri si è tenuto uno sciopero di due ora, indetto dai sindacati metalmeccanici dello stabilimento Fiat e dell’indotto. “Siamo molto preoccupati per Termini Imerese - ha detto il segretario della Fiom, Giorgio Cremaschi - Sergio Marchionne ha assicurato che Fiat non chiuderà alcuno stabilimento in Germania; ma non ha mai pronunciato le stesse parole per le fabbriche italiane. Quella di oggi è solo l'inizio di una grande mobilitazione che non riguarderà il singolo stabilimento ma l'intero gruppo Fiat”. Preoccupazione e sconcerto per l’assenza del Governo italiano è espressa anche da Enzo Masini, coordinatore nazionale del settore auto della Fiom: “Permane questa situazione di attesa assurda da parte del governo italiano. Mentre tutti gli altri stanno trattando, soprattutto in Germania, in Italia il rischio che si sta profilando è che Fiat faccia il suo acquisto e poi venga a dirci ‘queste sono le condizioni della proprietà’ punto. Questo diventerebbe ovviamente inaccettabile”.

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