Movimento per la Sinistra
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07 Giugno 2009

Afghanistan e dintorni: il contesto politico di una guerra che non finisce

Scritto da Elettra Deiana
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Nella zona nord occidentale del Pakistan è in atto in queste settimane una vera e propria guerra, con l'esercito impegnato in una durissima controffensiva per cacciare definitivamente dalla valle del Swat i Taleban che l'avevano occupata e ristabilire il controllo di Islamabad su quel territorio. Ma la zona di guerra, da questa parte del confine, non riguarda solo la valle del Swat. Ed è guerra a tutti gli effetti: con attacchi cruentissimi, bombardamenti, guerriglieri islamisti ammazzati in gran numero e anche soldati che subiscono la stessa sorte, sia pure in quantità minore. E con un contesto umano tutto intorno che è quello di sempre quando c'è guerra, con i morti civili che non si contano e esodo di migliaia e migliaia di persone, donne e uomini in fuga verso i campi allestiti dal governo centrale, lontano dalla zona dei combattimenti. Una guerra condotta dall'esercito pakistano ma voluta, sollecitata e sostenuta, anche con azioni militari sul campo, - l'uso dei drone per bombardare - dagli Stati Uniti. La continua espansione dei Taleban nel Pakistan nord occidentale, unita alla crescente debolezza del regime di Islamabad, che possiede però le armi nucleari, hanno alimentato a ritmo crescente le preoccupazioni strategiche e l'allarme per la sicurezza degli Usa. Washington ha messo in atto tutto quello di cui dispone -- soprattutto il ricatto sul piano economico e della collaborazione militare - per obbligare Islamabad e l'esercito pakistano, fino poco tempo fa molto riluttanti, ad affrontare con un'esemplare azione militare la situazione. Ma la dinamica delle vicende pakistane, nonostante il successo conseguito dall'esercito con la riconquista del capoluogo del Swat, Mingora, continua a essere preoccupante, soprattutto molto compromessa per la instabilità del Paese. Le casse dello Stato languiscono mentre il discredito intacca le istituzioni e tiene sotto scacco il governo di Ali Zardari. E ci sono molti altri sintomi negativi: lo Stato di diritto è pressoché al collasso, con il 60% dei magistrati che, per ammissione dei vertici giudiziari, vendono le sentenze mentre la tenuta unitaria del Paese è minacciata . Crescono con effetti disgreganti i nazionalismi etnici mentre sottotraccia i servizi segreti continuano a costruire reti e rapporti con gruppi fondamentalisti, clan tribali, interlocutori di ogni tipo, con evidenti contraccolpi alla tenuta degli apparati di sicurezza dello Stato. Secondo molti analisti, al punto in cui è arrivato, il Pakistan ha di fronte a sé l'urgente necessità di un rilancio o comincia a sgretolarsi.

Barack Obama fino ad oggi non ha voluto fare i conti con quanto, nel viluppo di contraddizioni della situazione "Afpak", Afghanistan Pakistan, abbia pesato e pesi l'avventuristica strategia della guerra preventiva al terrorismo, inaugurata da Bush e da lui portata avanti nei lunghissimi otto anni delle sue due presidenze. Obama non sembra intenzionato a cambiare registro e c'è il rischio di un'ulteriore involuzione negativa. Se l'affaire Guantanamo ha rimesso in luce, in tutta la sua oscenità politica e giuridica, il buco nero in cui George W. Bush ha fatto precipitare gli Stati Uniti, come si capisce bene da ciò che succede in quella decisiva regione centroasiatica, non è Guantanamo il solo buco nero che il presidente Obama ha ereditato dal suo predecessore. L'Afghanistan, soprattutto per i complessi intrecci pakistani che si sono sviluppati in questi anni, rappresenta per l'amministrazione americana un vero e proprio rebus. Afghanistan e Pakistan: il confine tra i due Paesi è rappresentato dalla cosiddetta zona tribale, divenuta zona di penetrazione e diffusione del fondamentalismo taleban e dei gruppi legati ad Al Qaeda, zona porosa, permeabile, in mano ai capitribù e a chi loro vogliono, dove le autorità pakistane hanno sempre faticato a stabilire una qualche forma di controllo dello Stato e dove i Taleban afghani hanno trovato rifugio e fatto proseliti a vasto raggio, da una parte e dall'altra del confine. Nella valle dello Swat erano arrivati nei mesi scorsi a negoziare col governo centrale una sorta di loro protettorato, imponendo in forma rigida la sharia, affidando nel Malakand, la regione di cui fa parte lo Swat, l'amministrazione della giustizia alla Corti islamiche e avviando operazioni di penetrazione nelle zone limitrofe. A dispetto dell'accordo con Islamabad, che prevedeva la fine delle operazioni militari, I Taliban invece di deporre le armi, hanno fatto la mossa di entrare in massa nella valle del Buner, avvicinandosi alla capitale. A quel punto l'esercito è stato costretto da Washington ad intervenire. Tutto questo mentre nel frattempo, nelle piane del Pujab meridionale, un'altra formazione politica di ispirazione fondamentalista, originata dalla setta Deobandi, la stessa dei Taleban, sta imponendo la sua legge su vasti territori.
Non sarà dunque affatto facile per Barack Obama uscire indenne da questa guerra. Non sarà facile perché la vicenda senza fine che si consuma in Afghanistan viene anche dalla lunga e complicata storia dei rapporti che gli Stati Uniti hanno avuto con l'intera regione centro-asiatica, fin dai tempi del dominio sovietico, e perché la guerra contro il regime dei Taleban, confezionata via via in varie fogge e variamente narrata - guerra contro il terrorismo, guerra per i diritti umani e per le donne, guerra per la democrazia, oggi di nuovo per la sicurezza - lungi dall'aver avviato la risoluzione del problema lo ha invece complicato ed esasperato. Ma qual è veramente il problema che la guerra avrebbe dovuto risolvere e non ha risolto? Che cosa ha originato veramente i bombardamenti contro Kabul e che cosa, nelle infinite spiegazioni ufficiali, nei cerimoniosi briefing delle diplomazie occidentali, non è mai stato veramente spiegato circa le ragioni che ancora oggi inducono La Casa Bianca a restare ostinatamente in Afghanistan? Se non si portano in superficie, affrontandole per quello che sono, le vere ragioni delle guerre, soprattutto di quelle infinite che hanno sbalestrato il mondo in questi anni, è difficile risolvere i problemi, uscire dalle trappole, rimediare ai disastri. Sullo scacchiere centroasiatico, Obama è destinato a giocare una partita strategica, perché gli interessi americani in quella zona del mondo sono strategici: geopolitica e storia, approvvigionamenti energetici e controllo del territorio, politiche degli armamenti e ideologie securitarie ma anche vasi di Pandora dell'emergenza sicurezza, implementata dalle politiche di Bush. Insomma eredità pesanti della passata amministrazione che non consentono facili liquidazioni del passato. Per questo quello scacchiere è quello che è, denso di rischiosità come una bomba a orologeria. Barack Obama appare per il momento prigioniero dell'impostazione del suo predecessore, non solo perché si ostina ad affrontare la questione afghana in termini meramente militari ma perché più in generale mantiene l'impostazione tattico-strategica della guerra preventiva al terrorismo. Come Bush, Obama indica nell'area dell'Afghanistan e del Pakistan occidentale la culla del terrorismo globale, Al Qaeda in primis, e poi i Taleban e, di fatto, l'intera etnia Pashtun, tutti insieme in un unico sacco. Con le conseguenze disastrose che questo comporta per i rapporti con le popolazioni locali, per la scarsa attenzioni alle stragi, per la vertiginosa asimmetria della destinazione degli investimenti finanziari nell'impresa, quasi tutti per le armi e la guerra anziché per gli aiuti civili. E per l'inevitabile odio delle popolazioni, coinvolte nei combattimenti, contro truppe occupanti e occidentali tout court. Richard Holbrooke, un diplomatico statunitense soprannominato "bulldolzer" per la sua determinazione, con una lunga esperienza di lavoro internazionale alle spalle, è l'inviato speciale scelto da Obama per l'Afpak. Alla Conferenza sulla Sicurezza del febbraio scorso, Holbrooke ha ammesso che l'Afpak è il pasticcio più complicato e a rischio che la nuova Amministrazione americana abbia ereditato da quella passata. Intensificare il volume di fuoco e concentrare nell'area afghano-pakistana l'impegno militare del Pentagono e degli alleati occidentali, indicando nella vittoria sul campo la mission strategica della Nato? Sconfiggere il terrorismo moltiplicando le tattiche e le postazioni della guerra preventiva? Questa la linea di condotta? Pare di sì, per quello che sta avvenendo e quello che viene detto dai protagonisti. Obama ha di fronte a sé un Afghanistan bombardato, scombussolato e senza pace, tormentato dalla povertà, dalla corruzione, dalla violenza. E un Pakistan a rischio. Tutti i piani di stabilizzazione, ricerca e appoggio a forme di accordo e convivenza tra le etnie, aiuti per il rilancio economico sono rimasti allo stato di pure enunciazione o molto mediocre realizzazione. Sembrano appartenere a un'epoca lontana, a cominciare dal primo piano di rinascita dell'Afghanistan, messo a punto subito dopo la fine del regime dei Taleban , il 5 dicembre 2001, quando le diverse fazioni afghane, ostili al regime e coalizzate nell'Alleanza del Nord, vennero riunite nella Conferenza di Bonn. Venne firmato un accordo sotto la regia degli Stati Uniti con gli auspici delle Nazioni unite e la benedizione della comunità internazionale. Vennero presi impegni, fatte promosse, delineati orizzonti di chissà quale futuro. E' rimasta la guerra. Il primo passo per uscirne rimane sempre lo spesso. L'avvio di un ritiro unilaterale. Non sarebbe la soluzione ma è la condicio sine qua non. Ma è quel "yes, we can" che non si riesce proprio a sentire.
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